Il sogno di Nora

Da sempre quando parliamo di sogni li consideriamo delle strade maestre dell’inconscio. Questa lettura deriva dalla psicanalisi freudiana. S. Freud, definiva i sogni “la strada maestra dell’inconscio“. Nella Psicoterapia della Gestalt, dove l’interpretazione è del tutto assente e dove non si “crede” nell’inconscio, ma nella vita vissuta dalle persone e di quello che li stessi si consentono o meno: il sogno diventa vita e prende forma. Ogni piccola componente, il contesto, le persone, gli oggetti, le sensazioni, vengono utilizzate per conoscere ciò che la persona vuole fare e non riesce, ciò che vuole dire e non dice, ciò che la limita e non la potenzia. Ed altro ancora….

Qui di seguito un lavoro sui sogni tratto da Fritz Perls (1969) trad. it. La terapia gestaltica parola per sognoparola, Astrolabio, Roma, 1980 (pp. 105-109).

IL SOGNO DI NORA

Nora: In questo sogno ero in una casa incompleta, e le scale non avevano ringhiera. Salgo su per queste scale e arrivo molto in alto, ma le scale non vanno da nessuna parte. So che nella realtà sarebbe spaventoso arrivare tanto in alto su delle scale del genere. Nel sogno è abbastanza spiacevole, ma non è poi così spaventoso, e mi chiedo sempre come faccio a sopportarlo.

Fritz: Benissimo. Fai la casa incompleta, e ripeti il sogno un’altra volta. 

N Be’, salgo su per le scale e le scale dalle due parti non hanno ringhiera.

F. Io sono una casa incompleta, io non ho…

N. Sono in una casa incompleta, e salgo le scale…

F. Descriviti. Che genere di casa sei?

N. Be’, ha un …

F. “Io sono…

N. Io sono la casa?

F. Sì, la casa sei tu.

N. E la casa è …

F. “Io sono…”

N. Io sono la casa, e sono incompleta.

E ho soltanto lo scheletro, le parti, e praticamente non ho nemmeno i pavimenti e i soffitti. Ma ci sono le scale. E mancano le ringhiere che dovrebbero proteggermi.

Però salgo lo stesso le scale, e …

F. No, no. Tu sei la casa. Non sali.

N. Però qualcuno sale sulle mie scale. E poi arrivo a un certo punto e sono in cima, e le scale… le scale non portano da nessuna parte, e …

F. Dillo a Nora. Sei la casa, e ti rivolgi a Nora.

N. Stai salendo sulle mie scale e non arrivi da nessuna parte. E potresti anche cadere. Di solito cadi.

F. Vedi? È proprio quello che sto facendo io; cerco di salire su di te… e non arrivo da nessuna parte. Ci è voluto un bel po’ prima che tu riuscissi a identificarti anche solo con la casa. Ora, come casa, dì la stessa cosa a qualcuno dei presenti.

“Se cerchi di salire su di me…”.

N. Se cerchi di salire su di me, cadrai.

F. Potresti dirmi qualcosa di più su quello che gli faresti, se cercassero di vivere dentro di te e via dicendo?… (Nora sospira).

Sei una casa in cui si può vivere comodamente?

N. No. Sono aperta, e senza protezione, e dentro di me tira un gran vento.

(La voce si affievolisce fino a diventare un sussurro).

E se mi sali sopra, cadi. E se cerchi di giudicarmi… crollo.

F. Cominci a sentire qualcosa? Che cosa provi?

N. Voglio litigare.

F. Dillo alla casa.

N. Voglio litigare con te. Di te non m’importa nulla. No, me ne importa, invece.

Non voglio che me ne importi. (Piangendo)… Non voglio piangere, e non voglio nemmeno te … Non voglio nemmeno che tu mi veda piangere.

(piange)… Mi fai paura… Non voglio che tu mi compatisca.

F. Dillo ancora.

N. Non voglio che tu mi compatisca. Sono abbastanza forte anche senza di te.

Non ho bisogno di te e … io, io vorrei non aver bisogno di te.

F. Bene, ora facciamo un dialogo tra le scale e la ringhiera inesistente “Ringhiera, dove sei? Dov’è che ci si può aggrappare?”

N. Ringhiera, posso vivere anche senza di te. Su di me si può salire lo stesso.

Però sarebbe bello se ci fossi.

Sarebbe più bello essere completa, avere qualcosa sopra il cemento, e avere delle belle ringhiere lucide.

F. Che genere di pavimenti hai?

N. Di cemento. Pavimenti di cemento, senza rivestimento…

F. Belli duri, eh? Con fondamenta solide.

N. Sì.

F. Potresti dire al gruppo che hai delle fondamenta solide?

N. Ci potete camminare sopra, e sono solide, e potreste viverci se non vi importa di stare un po’scomodi.

Su di me si può fare affidamento.

F. E allora di cos’hai bisogno per essere completa… ?

N. Non saprei. Io … non penso di aver bisogno di… ho solo ho solo la sensazione di volere di più.

F. Aha. Come potremmo fare per rendere questa casa un po’ più calda?

N. Be’ potremmo ricoprirla, chiuderla… metterci delle finestre: metterci pareti, tende, bei colori … dei bei colori caldi.

F. Benissimo, potresti fare la parte di tutti questi accessori, di tutto quello che manca, e rivolgerti alla casa incompleta: “Sono qui per completarti, per integrarti”.

N. Sono qui per completarti. Vai abbastanza bene così, ma potresti essere molto meglio, vivere dentro di te potrebbe essere molto più piacevole se tu avessi me – saresti più calda e più vivace e più comoda – potresti avere bei colori, magari delle tende e dei tappeti, qualche oggetto vivace e morbido, e magari potrebbe esserci anche un po’ di riscaldamento.

F. Cambia sedia. Fai la casa incompleta.

N. – Bè, siete tutti dei lussi. Dei lussi si può anche fare a meno…

E poi non so se potrei permettermi di avervi.

+ Bè, se pensi che ne possa valere la pena allora potresti… allora prova a metterci dentro di te.

Ti faremmo sentire più carina, staresti meglio.

– Bè, ma non è vero che in realtà siete tutte cose false?

Voglio dire, in effetti siete soltanto una copertura…

+ La struttura sei tu.

– Sì, la struttura sono io.

+ Bè, se tu pensi di riuscire a vivere anche senza di me, và pure avanti. Perché non lo fai?

F. Che sta facendo la mano sinistra? Te ne sei accorta?

Sì, fallo un’altra volta…

N. Be’…

F. No, era la mano sinistra.

N. Non è che ti sto spingendo via. Ti sto facendo il solletico…

F. Ahah… Adesso cambia sedia un’altra volta.

N. Ho proprio la sensazione di essere ostinata, insistente, e non penso proprio di aver davvero bisogno di te. Voglio dire, sarebbe bello se tu ci fossi –forse se tu ci fossi cercherei di ricordare com’era prima…

Voglio convincerti, e devo cercare un modo più efficace…

Tutti quanti potremmo vivere in case di cemento senza mura.

F. Che stai facendo con la mano sinistra? (Fritz si strofi na la faccia).

È questo quello che stai facendo, no?

N. Mi sto strofinando la faccia.

F. Fai parlare le dita con la faccia.

N. Ti sto strofinando… per richiamare la tua attenzione…

Chi sei?… Sto pensando, lasciami stare.

F. Stai pensando, e ti devono lasciar stare. Benissimo.

Nora, che impressione ti ha fatto lavorare con me, questo poco lavoro che abbiamo fatto? Sei rimasta terrorizzata

N. no.

F. Il messaggio esistenziale ti è arrivato?

N. Sì, eccome.

F. Qualcosa ti è arrivato, eh?

Lasciatemi dire qualcosa sul sogno in generale. Vedete, l’idea stessa di rimozione è un assurdo. Se guardate bene, c’è già tutto. Ora, la cosa più importante da capire è il concetto di proiezione. Ogni sogno, ogni storia, contiene già tutto il materiale che ci serve. La cosa difficile da capire è l’idea della frammentazione. Tutte le varie parti sono disperse qua e là. La persona che ha perso gli occhi, per esempio – che al posto degli occhi ha un buco, troverà sempre gli occhi nell’ambiente. Avrà continuamente l’impressione che il mondo la stia guardando.

Ora nel caso di Nora la sua proiezione è la casa incompleta. All’inizio non si vive come una casa incompleta. La casa è proiettata come se lei ci vivesse dentro. Ma la casa incompleta è lei stessa. Quel che le manca è il calore, il colore. Non appena diventa la casa ammette di avere fondamenta solide e via dicendo. Se riuscite proiettarvi completamente in ogni piccolo frammento del sogno, a diventare in tutto e per tutto l’oggetto in questione, allora cominciate a riassimilare, a riappropriarvi di quel che avete disconosciuto, che avete dato via. Più disconoscete, più vi impoverite. Ed ecco l’occasione di riprendervi quel che avete disconosciuto. La proiezione assume spesso l’aspetto di qualcosa di spiacevole, l’aspetto di un ragno, di un treno, o di una casa morta, di una casa incompleta. Ma se arrivate a capire, a dire: “Questo è il mio sogno. Ne sono responsabile. Sono stato io a dipingere questo quadro. Ogni parte è una parte di me”, allora le cose cominciano a marciare e a unificarsi, invece di essere incomplete e frammentate. E molto spesso la proiezione non è nemmeno visibile, ma è comunque ovvia. Se ho una scala senza ringhiera è ovvio che da qualche parte nel sogno la ringhiera c’è, però manca. Non c’è. E allora dove dovrebbe esserci una ringhiera c’è un buco. Dove dovrebbero esserci calore e colore c’è un buco. E a questo punto troviamo una persona con molto coraggio, magari ostinata, che riesce a riempire questi buchi.

Comments

comments

One comment on “Il sogno di Nora
  1. Assolutamente un bell’post. Mi addentro con attenzione il sito internet http://www.psicologobisceglie.it. Continuate con questo
    piglio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *